Are You Living in The Real World?

Amorale perdita di tempo, puro esercizio mentale...

Eccomi

Blogger: Mysticum
Nome: Tommaso Battistelli
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venerdì, 28 aprile 2006
Oggi ho tenuto una conferenza

Oggi ho preso parte, tenendo un discorso breve ma intenso, ad un convegno sull’economia tenutosi all’Hotel Londra della mia città. La mia presenza ha suscitato reazioni di svariato genere, tra cui amputazioni di mignoli e urla disumane in giapponese, suicidi di massa e sesso in pubblico, anche di gruppo. Lo stesso presidente della repubblica Ciampi, noto economista, è venuto a stringermi la mano affermando che in Italia c’è un gran bisogno di persone come lei. Mi sono abbastanza offeso.

Ma ecco le parti salienti del mio discorso.

 

“[...] Sono qui infatti, per parlarvi della nuova teoria economica da me chiamata “Conto Materasso”. La questione è molto semplice. L’unico modo per non spendere soldi nel custodirli è tenerseli per se, sotto il materasso come la classica iconografia vuole, o altresì in casseforti o cuciti tra di loro per farne trapunte della nonna. Come ben sapete, le banche lucrano ormai da secoli sui nostri risparmi detraendo cifre, sempre più impregnate di dubbi da parte del povero cliente al momento dell’estratto conto. Allora uno si apre il suo conticino alle poste direte voi, è invece no! Pure li c’è la fregatura e il furto. Vi pare giusto, moralmente parlando, che qualcuno si offra di tenervi i soldi e poi pretenda anche di guadagnarne? Se non lo fai per buona volontà non farlo proprio. Che razza di lavoro è? Ormai la gente ha perso la cognizione di custodirsi da sola le proprie ricchezze.

[...] Come non ricordare, quando per verificare la veridicità di quel che mi era stato detto, avvicinai la confezione di pepe nero e la sniffai avidamente, per vedere se avessi iniziato sul serio a starnutire.  Dopo un lancinante bruciore alla gola, effettivamente starnutii. Però credevo fosse molto più intenso... [...] Dunque quello che io intendo dirvi con queste parole signori, è che per il nostro bene economico dobbiamo tutti ritirare i soldi dalle banche, sciogliere i contratti, fanculizzare i direttori di banca e tenerci tutto in casa. Vedo i volti sgomenti dei banchieri ivi presenti. Bene me ne compiaccio. Se state pensando, signori, che in seguito a questa azione le banche cadranno in rovina, beh, è ovvio!!! Questa infatti è la conseguenza naturale della mia teoria “Conto Materasso”, volta a disintegrare le vostre potenze bancarie e rinnovare in questo modo il mondo dell’economia. Per ovviare il problema soldi dello Stato, sarà instaurata un’unica grande banca a Roma, dedicata appunto ai soldi della nazione. [...] Vorrei dunque ringraziarvi, e ricordarvi, poichè lo trovo moralmente giusto, che la condizione economica italiana da sette anni a questa parte, è scesa vertiginosamente verso il basso toccando abissi inenarrabili. Il falso in bilancio è alla stregua dell’aver dimenticato il cellulare a casa, e tutto va a puttane. Arrivederci.”

Scendendo dal palco alla ricerca di qualcosa da bere nelle retrovie, un boato madornale di applausi e urla  mi ha sospinto come una folata di vento fortissima, mentre i sopracitati banchieri facevano harakiri in massa, ammassati su un masso appartenuto ad una loggia massonica, depositato li casualmente.

Poco più tardi una ragazza del pubblico, (almeno credo) è venuta nel mio camerino, dove stavo facendo smorfie allo specchio da più di tre quarti d’ora e ha insistito per farmi un pompino.

- Ti va di culo che sei bella. – Le ho detto. Lei s’è messa a ridere e poi si è inginocchiata per iniziare i lavori.

- No non così. Vieni. – L’ho rimessa in piedi, l’ho sdraiata su un letto con un misero materasso spoglio, che forse aveva qualcosa a che fare con il masso massonico, pancia all’aria, con la testa sporgente all’indietro e le ho aperto la bocca.

- Ecco, così. -

Quel che seguì furono situazioni di circostanza, tra cui esuberanti conati di vomito della ragazza.

Finito tutto, mi sono seduto per rollarmi una canna, pensando poi di invitare Ciampi a fumarsela con me. Non prima di essere arrivato a metà da solo, però.

E’ stata appunto in questa circostanza che il presidente si è congratulato con il sottoscritto, per mettersi poi a piangere da solo, affermando che lui il presidente non lo voleva fare.

- Perchè dice una simile cosa signor presidente? – Ho chiesto con finta preoccupazione

- Perchè Berlusconi mi tormenta da anni! Lei non può immaginare quali scherzi terribili è in grado di fare quell’uomo! -

- Tipo metterle una testa di cavallo morto nel letto, per poi scoprirla al risveglio? –

- Magari ragazzo mio, magari! Molto peggio. Pensa che una volta... – Non ebbe tempo di finire la frase che Emilio Fede in persona ha fatto irruzione nella stanza, tramortendo Carlo Azeglio con un manganello, affermando che il presidente si sente molto stanco e se lo porta via indossandolo a mò di pelliccia. In tutto questo, mi sono incazzato come una iena perchè si sono portati via lo spinello. Mi sono riportato al tavolino, bevuto un po’ di Barolo del ’68, annata un po’ ribelle, e ho ricominciato a rollare. Mentre leccavo la cartina mi sono chiesto da quando esistono le groupies anche per i conferenzieri. O forse quella ragazza era semplicemente innamorata di me? Ne dubito fortemente. Ad ogni modo non avrei dovuto costringerla a tornarsene a casa nuda, anche se sembrava molto divertita.

Mentre sul palco numerosi uomini in completo parlavano di economia, io me ne sono uscito in strada, pensando a quanto l’economia fosse una grandissima presa per il culo basata su fogli colorati al quale diamo un valore irreale, per poi non comprendere la ricchezza di un prato incontaminato o restando impassibili di fronte a un gatto malandato per la strada. La società è basata su cose assurde e la gente vive nell’assurdo, quando vede qualcosa di logico si spaventa e scappa via. Io non sono scappato, e il risultato è che gli altri scappano da me come se fossero fermi su un tapiroulan senza controllo e anche piuttosto lungo.

 

Postato da: Mysticum a 12:34 | link | commenti (2) |

martedì, 04 aprile 2006
Pensiero che fugge via

Ripasso sopra la traccia. Riscrivo il riscrivibile. Correggo errori evitabili. Sul segnale, uno nuovo, identico se non per piccole variazioni. Segno traccia punto.

 

 

E’ tutto già vissuto, o così sembra. Un volto, un gesto, un evento. Li hai già vissuto tutti. Ripulisco per quanto possibile il suono e la melodia della traccia. Tutto è invaso dalla mia mente che l’ambiente che mi circonda, non contiene. La mia mente contiene l’infinito, e noi andiamo cercando l’infinito quando è dentro di noi? Rivivo, rivivrò ed ho vissuto, e lo metto per ultimo in quanto avvenimento più frequente. Rendi cristallino lo sporco errore, non è questione di tempo ma di recupero. I fogli la mia carne, il sangue il mio inchiostro.

 

 

Ricerca dell’assoluto, ricerca dell’inesistente.

 

 

Colpi di tosse, le compane suonano il mezzodì, macchine passano, si insultano, si salutano, si suonano scordati, un bambino fa cenno di sì con la testa, varca il cancello, lo zaino grava le membra e l’anima. Conoscerai presto lo stress, le aspettative, il bello e brutto per te, il bello e brutto per lui.

 

 

Ma io l’ho già visto.

 

 

Ho già visto questo.

 

 

 Il mio fabbisogno impone cambiamenti, variazioni. Voglio nuove sofferenze e piaceri, sono stufo di riscrivere e maneggiare questo PUNTO.

 

 

Un “.”

 

 

In un punto esistono o forse preesistono punti infiniti, e da un punto si possono tracciare infinite rette per un’infinità di volte. Lasciatemele percorrere tutte. Da vivo, da polvere, da cenere, da molecola. Esisto, vivo e sto rivivendo, ma non è il corretto andamento. Devo vivere interamente e poi rivivere.

 

 

Rivedere i piani quinquennali, rivalutare le possibilità.

 

 

Inoltrare al santone.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il santone mi risponde, ma la sua risposta in apparenza, non è una risposta.

 

 

 

 

Musichetta festante dal furgoncino punte tacchi cinture brufoli occhiali da sole

 

 

Miscelanza di individui pensieri prime persone

 

 

Sfrecciate tutti velocemente con il vostro corpo sconquassato tubi di scarico intasati di merda

 

 

Foto salvate sotto HCCDMP146 incomprensione

 

 

- Pesante la borsa?

 

 

- Pesante fardello

 

 

- Non l’aiuterò

 

 

Spersonifica rendi materiale Carne carne carne carne carne carne carne acciaio acciaio acciaio acciaio acciaio acciaio ferro ferro ferro ferro ferro ferro ferro plastica petrolio plastica petrolio plastica petrolio plastica un grande unico conglomerato vivente respirante solo idrogeno puro irrispettoso della vita irrispettoso dell’esistenza duratura e placida

 

 

Da sotto arriva vivo lo STOK a gruppi avanzano ovattati e sottovuoto discendono pianano e risalgono

 

 

I salmoni  risalgono i fiumi per donare nuova vita innato sacrificio innato senso della vita sacra senza remore nè pentimento alcuno

 

 

Le pietre mi parlano l’asfalto tace

 

 

Essere sordomuto creazione autarchica che si consuma da sola e scompare persistendo solo sulle nostre memorie

 

 

Postato da: Mysticum a 12:15 | link | commenti |

giovedì, 30 marzo 2006
Resoconti di cui è lecito dubitare #2

Solitamente, quando devo andare da qualche parte e sono da solo, (non necessariamente) mi porto dietro il lettore mp3. Però negli ultimi tempi, ho un pensiero che mi angoscia.

Capita, di essere seduto in corriera, con i Between the Buried and Me magari, e all’improvviso faccio caso al mio respiro.

Sarò troppo rumoroso? E se qualcuno mi sente respirare? Perchè quel vecchio mi osserva? Sentirà il mio respiro troppo forte? Non me ne accorgo perchè ho il volume troppo alto?!!?

Inizio a sbroccare. Trattengo il respiro fino a quando mi è possibile. Inalo il minimo indispensabile per mantenermi in vita, senza incorrere in una asfissia.

Sto facendo di nuovo rumore???

Mi levo la cuffia destra con indifferenza, mi ascolto respirare. Sembra tutto nella norma.

Rimetto la cuffia. Porco Dio. Continua a sembrarmi di fare un casino assurdo. Come mio padre, respira rumorosamente e non lo sopporto. Mi agito sul posto.

Un’anziana signora sale sul mezzo. Si avvicina al sottoscritto, ancora in preda ai suoi dilemmi esistenziali.

Mi parla. Non mi levo le cuffie e la guardo continuando ad interrogarmi sul mio respiro.

Continua a parlarmi. I vicini si voltano ad osservare la scena. La signora gesticola sempre di più, sembra si stia incazzando ma sono troppo, troppo concentrato sul mio respiro. Cerco di non sentirlo dentro di me, per non fare rumore alcuno.

Intanto gli spettatori aumentano. Iniziano a parlarmi anche altre persone. Le guardo con gli occhi vuoti. Ripeto: sono troppo, troppo concentrato. Subisco la realtà come un telefilm senza audio delle 4 del pomeriggio in tv.

Adesso c’è tutta la corriera che mi fissa. Nel mio inconscio penso che il motivo è il mio respiro troppo rumoroso. Paralizzato.

La vecchia diventa pallida, poi indaco, verdognola, bluastra, si afferra il braccio sinistro, emana un rantolo che incredibilmente sento distinto, sovrasta anche la mia fottuta aria esalata, e collassa al suolo. Bam. Percepisco il silenzio intorno a me dalle immagini. Intanto il lettore è passato a Philip Glass eseguito dal Kronos Quartet.

Tutti guardano una partita di tennis tra me e la signora Rigor Mortiis.

Di fronte a questa scena, riorganizzo le mie priorità cerebrali. Ritorno in me. In un baleno capisco cosa devo fare per recuperare la situazione ormai drammatica. Capisco anche che la signora si voleva soltanto sedere perchè malferma e non più nel fiore degli anni.

Mi alzo, supero i passeggeri sbigottiti, mi accosto all’autista. Sta per dirmi qualcosa, ma gli sferro una potente ginocchiata in mezzo agli occhi, si piega, una gomitata sul cervelletto e lo scaravento al suolo. Mi metto al posto di guida. Mai guidata una corriera, ma sembra facile, ho osservato spesso questi simpatici omini al lavoro, ho le idee piuttosto chiare su come manovrare questo panetto di burro arancione. Prendo sempre più velocità, passo dalla nuova strada costiera, tutto in contromano. Tanto non ci passa mai nessuno di qui. La gente impazzisce, fortunatamente sono tutti vecchi, e posso bloccarli con facilità. Poi finalmente la raggiungo. E’ una nuova discoteca. C’è il pienone per l’inaugurazione. Porto i giri al massimo, faccio raggiungere un orgasmo mai avuto a questa merdosissima corriera. A pochi metri dall’edificio sterzo bruscamente. Il pullman si schianta di traverso, sradica persone dalle loro scarpe, travolge, sfregia, mutila, uccide,schiaccia tutti quelli che tocca e i passeggeri si sfracellano contro le pareti. Io cerco di attutire al massimo l’impatto, il lettore sempre al massimo volume.

Il mezzo finalmente si ferma, un’eternità durata 8 secondi effettivi. Mi alzo, ora i sedili sono messi di traverso ed il pavimento sono i vetri. Mi muovo per uscire dall’abitacolo, sputo sangue per lo sforzo, ho una costola rotta. Mi trascino fino ad uno squarcio nella lamiera e vengo partorito dal mezzo. Da bravo nascituro la prima cosa che faccio è piangere. Devo sempre portare le cose all’estremo e poi dopo me ne pento amaramente.

Mi alzo con grande sforzo.

Supero le carcasse fashion e mi avvio verso casa, con gli Ulver in preda a deliri mistici. In fondo ho preso due picciono con una fava.

Postato da: Mysticum a 14:42 | link | commenti |

lunedì, 27 marzo 2006
Resoconti di cui è lecito dubitare

Oggi in classe nessuno mi ha rivolto la parola. Al momento di uscire, tutti si sono diretti schiamazzanti e sorridenti all’esterno dell’edificio. Nessuno mi ha salutato. Gli insegnanti sono addirittura usciti prima di me, e nemmeno loro mi hanno degnato di un cenno. Perplesso, esco. Qualcuno si è fermato all’entrata per accendersi una sigaretta, chi una canna e c’era anche chi aspettava l’amico dell’altra classe per narrargli nefande storie, per poi dirigersi alla fermata della corriera, in stazione, oppure direttamente a casa tramite l’ausilio di una mangiapetrolio.

Ho risalutato i presenti di mia conoscenza. Nessuna risposta. Interessante.

 

 

 

Salgo sulla corriera. Non nel senso che salgo sopra il tetto, mi siedo semplicemente su un sedile, in bella vista e poco distante dall’autista. A metà del tragitto sale il controllore. “Cazzo,” penso, “sono senza biglietto.” Inizio a guardarmi intorno, nel cervello la colonna sonora de “Lo Squalo” aumenta sempre più di volume, senza freni. Sono troppo vicino a lui per tentare la classica tecnica di evasione “Alzati mostrando fredda indifferenza e scendi alla prossima fermata”. Ormai è lì a pochi centimetri di distanza, tento disperatamente di anticiparlo, ma mi anticipa lui. Mi si mette a fianco, bloccando il passaggio.

- Buongiorno signora, il biglietto? – Buongiorno signora?

- Prego. – La signora al mio fianco porge il biglietto al controllore, tutto in regola, grazie e arrivederci.

Passa oltre e non mi ha nemmeno guardato. Lo osservo, magari è un controllore gentile, mi ha letto il terrore negli occhi ed ha soprasseduto. In 2 minuti compila 8 multe. Non ha nemmeno lasciato passare l’abbonamento scaduto il giorno prima di una povera signora non vedente. La mia tesi si dimostra ampiamente errata.

 

 

 

Scendo dalla corriera, entro in casa. La gatta non viene a farmi le abituali feste di benvenuto, mio padre mi passa davanti con un pezzo di pizza. Si gira verso di me, lo saluto. Osserva annoiato Trilly e va in camera a riposarsi. Smessi gli abiti, accendo il monitor del pc. Su msn non mi hanno lasciato nessun messaggio. Sul blog, nessun commento. Telefono a Clarabella tanto per sentire una voce amica, qualcuno che mi è vicino.

- Pronto?

- Pronto Clara, sono io. Oggi mi stanno succedendo delle cose veramente strane... Pensa che il controll

- Pronto?

- Pronto Clara?!? Clarabella? Mi senti?

- Prontooo? Chiunque sia, se non rispondi subito metto giù.

- Clara ma che dici sono io...

Click.

Sono perplesso e amareggiato.

Adesso, mentre sto digitanto sulla mia tastiera, mi rendo conto che nessuno potrà leggere le mie parole, che i miei 2 blog si possono visualizzare soltanto sul mio pc e nessun altro può leggerne i contenuti. Vaffanculo. Ora esco e vado a svuotare una banca. Poi penserò bene a come sfruttare la mia attuale situazione.

Postato da: Mysticum a 14:34 | link | commenti (2) |

venerdì, 24 marzo 2006
Intermezzo

Comincio a capire dove mi trovo.

Hai presente quegli orologi tondi, da muro, magari quadrati ma li trovo un po’ freddini. A volte, Quelle volte, come si direbbe in una pubblicità per assorbenti, quelle volte osservo l’orologio, magari durante un pomeriggio svuotato di ogni suo pregio, per guardarne l’ora, facciamo siano le 17.04. Resto ad osservare le lancette muoversi, le vedo sempre più grandi e più diventano grandi più rallentano. Ormai l’unica a spostarsi è quella dei secondi, pare riprenda coscienza di se una volta ogni ora. Comico vero? Per un cazzo.

E su quella lancetta che ormai ricopre tutta la mia visuale, vedo la polvere intrappolata tra il vetro e le ore segnate con inchiostro nero. Ecco dov’ero. Dentro uno di quei granelli di polvere, un escremento di acaro che lentamente, molto lentamente, si sarebbe smosso e caduto chissà dove per ridare un barlume di eccitazione e di adrenalina dalla breve durata.

Tutto questo l’ho concepito da accucciato, dietro un cespuglio al limitare dell’improbabile bosco alle mie spalle, mentre cagavo. Tutto questo mentre Agrippa seguiva le mie gesta, cantando sgolato come un cane dalla zampa incastrata in una tagliola “Cosa mi hai portato a fare a Posillipo, se non mi vuoi più bene?”.

 

 

Postato da: Mysticum a 16:16 | link | commenti |

mercoledì, 22 marzo 2006
Secondo

Immergo lentamente, interamente il viso nell’acqua. Ho riempito il lavandino di questo cesso. E’ di una sottospecie di taverna. L’acqua è un po’ sporca, sul giallognolo, ma dovevo farlo. A occhi chiusi. Fino a quando il respiro me lo permette. Dovevo pulirmi il viso. Assolutamente. Nel locale la clientela è decisamente singolare. Monchi con protesi acuminate di ferro arrugginito, impediscono agli altri di avvicinarsi. Condannati a una distanza forzata. Prima due di loro si sono scontrati ed infilzati a vicenda. Nonostante le ferite fossero mortali, sono rimasti a terra. A piangere insieme. Nessuno ha tentato di dividerli. E’ stato orribile.

Ritraggo il viso dal lavandino. Mi sento meglio. Fuori, in strada delle donne cantano insieme, sembrano cori arabi. Mi rilassano come una ninna nanna, anche se la melodia è molto triste e decadente. Mi decido a rientrare nel locale, anzi, ad uscire dal cesso.

Mi sono dimenticato di dirvi, che i singolari personaggi di questo luogo non si limitano solo a quelle simpatiche figure dei monchi. Un’infinità di... “mutanti” potrei definirli, occupava tutta la cittadina. Mezzo ornitorinco e mezzo uomo, mezzo tucano e mezzo uomo, per tre quarti fenicottero e per un quarto toro e via dicendo. I rettiloidi ed i felini sono i miei preferiti. Ad ogni modo, gli umani per quattro quarti non mancavano. L’unico problema è che sono tutti folli. Totalmente sbroccati, impazziti. Il giorno precedente, (non sono sicuro sia stata una sola giornata, o più o meno, la cognizione del tempo qui è molto distorta. Non che nella vita normale la mia abilità sia stata più efficiente.) avevo visto una mia vecchia insegnante delle elementari che era isterica da quanto desiderasse dei bambini. Ora, era circondata da un piccolo esercito di bambini siamesi in lacrime e lei correva urlando e piangendo, da una parte all’altra della strada, sbattendo contro qualsiasi cosa fosse a tiro. Me ne felicitai. Era una gran baldracca.

Tornando a noi. Esco nel locale mostrando la massima indifferenza. Salto i due monchi piangenti. Finisco la mia cedrata (avevano solo quello) ed esco in strada. Il cielo è sempre grigio tendente al rosso cremisi. Mi ricorda le mie coperte. Poi mi torna in mente che io dovevo aspettare una persona. Almeno così mi era parso nella prima parte. Mi viene spontaneo pensare di dirigermi nella piazza principale, e così faccio. L’avevo trovata il giorno precedente, (giorno?) e si trovava subito dopo due vicoletti da lì. Sfocio ad estuario in piazza, sboccando dall’ultima via. Sembra un quadro di De Chirico ma con il cielo de L’urlo di Munch. Supero due manichini in pose disdicevoli e mi siedo ai bordi della fontana. Che ovviamente non emette acqua.

Nell’attesa, penso a chi mai io stia inconsciamente aspettando. Erano tutti nella “realtà” di tutti i giorni da quel che sapevo. Però c’era qualcuno che non vedevo da un po’. Di cui non avevo più notizie da almeno due mesi. Tempo di realizzarlo, e sento un urlo disumano provenire dal cielo ed un fischio fortissimo tagliare l’aria. Alzo lo sguardo e noto un puntino nero, in vertiginosa caduta da chissà quale altezza. Il puntino si fa sempre più grosso e diventa un puntone. Poi una sagoma. Poi uno che mi pare d’aver già visto. Infine, diventa Agrippa. Si sfracella al suolo di pancia, come un bambino obeso che si vuole tuffare di testa ma non ci riesce.

Rimango immobile.

- Agrippa? – Chiedo un po’ perplesso.

In tutta risposta, il corpo si agita emettendo una serie di scricchiolii infernali e si leva in piedi.

- In persona, amico mio – Indossa una veste che pare uscita da un quadro di Caravaggio. Barocco all’ennesima. Sul capo, porta una bandana degli Slayer. Un piccione smembrato cade al suolo a pochi metri da noi.

- Saranno i gabbiani. - Dice

- Agrippa ma che cazzo ci fai con quella bandana in testa? –

- Intendi questa? – Così dicendo, se la sfila mostrando i capelli neri ed arruffati. – Mi sembrava un’idea simpatica... Ma forse hai ragione tu. – Lancia la bandana sopra alla carcassa del piccione.

– Riposa in pace. –

Solo ora noto che il suo naso è completamente girato alla sua destra. – Hrhmhm... Agrippa... Non vorrei dire, ma mi sa che ti si è storto il naso. – Si guarda il naso facendo gli occhi strabici, annuisce e se lo aggiusta con un colpo secco delle mani.

- Così va meglio?-

- Perfetto.- Non resisto dal fargli una domanda che mi assilla. – Scusa ma da dove sei caduto?-

- Da una montagna altissima poco distante, Sono arrivato fino in cima inseguito da una fiera, un leone, una lupa e mi hanno costretto a gettarmi nel vuoto. –

- Una lupa ed un leone assieme?!? –

-E che cazzo ti devo dire...- Lo guardo in modo sempre più perplesso. – Adesso vieni. Ti stavo aspettando da quasi due mesi. Ho investito tutto questo tempo nel capirci qualcosa su questo posto. La prima cosa che avrai notato è che non si può morire. E’ la melma nera che ti ha sostituito gli organi, a tenerti in vita. Inoltre so anche che se vogliamo tornare alla nostra realtà abituale, devi seguirmi. Vieni, ti illustrerò la faccenda strada facendo.- Si incammina. Io rimango fermo, vede che non mi muovo e dice: - Andiamo dai. Dobbiamo uscire da questa città, attraversare quella strana foresta e dirigerci verso il centro abitato più vicino.-

Andiamo.

 

Postato da: Mysticum a 00:22 | link | commenti |

sabato, 18 marzo 2006
E Così Ha inizio Il Cammino

Quando la noia ti prende, tu sei la noia. Vivi sozzo e vergognoso, coperto di stracci. Hai messo dei copertoni a bruciare in corridoio. Hai raccolto i topi morti dell’ultima deratizzazione a marcire sul tavolo in cucina, e li hai cosparsi di maionese. Tua madre ormai vive incatenata, un divaricatore in bocca e piccoli tagli ricoperti di sale su tutto il corpo. Sta dentro l’armadio con un’anta rotta.

Raggomitolato a fianco del letto, ti spingi morbosamente la testa al riparo, tra il materasso e la rete, perchè nessuno la possa osservare. In tutto questo putridume interiore, le interiora non hanno più spazio. Fuoriescono come del pus da un brufolo, sbocciano dagli orifizi si prendono spazio. Le vene cominciano ad essere sempre più evidenti e poi si distaccano, portandosi dietro tutti gli organi. La noia ti svuota per occupare comodamente il tuo corpo. La tua anima. Il cervello poveretto, è rimasto incastrato dentro, spappolato dall’ammasso nero dello spleen che ormai gestisce completamente la tua volontà. Quello che potresti dire in compagnia di qualcuno. Te ne stai li lobotomizzato, tutto quello che hai dentro è scivolato, forse nella suola delle scarpe... Non si riesce a vedere. Però lo senti. Come il puzzo d’ascelle di qualche vecchio in pullman. Ma a bordo ci sono troppi vecchi e non riesci a capire da dove provenga. Adagi i tuoi organi pulsanti sul letto e li ricopri con la trapunta. Vedi gradualmente la chiazza di sangue dilatarsi sul tessuto. Non fa male, va bene così. In fondo, non è nemmeno la prima volta che ti capita.

 

 

 

 What's the meaning of this voyage?

To talk in a dream
So many bends and these years we've been together passed

And all this time she was tremendously excited
About everything she saw
Everything we had talked about
Every detail of every moment that had passed

Ready
One, two

 

  (Ulver, Lost in Moments dall’album Perdition City )

 

 

 

 

Attraverso le feritoie della tapparella abbassata, vedo un’incredibile esplosione luminosa che velocemente scema. Ritorna il buio. Esco fuori in balcone per capire meglio cosa stia succedendo. I lampioni sono tutti spenti. A dire il vero i lampioni non ci sono più. In cielo riesco a vedere perfettamente tutto il firmamento. Mi rievoca luoghi e ricordi ormai derelitti, frasi e rimproveri caldi di vita e amore. Un gorgoglio malefico arriva da camera mia, mi giro e vedo i miei organi cercare di liberarsi delle pesanti coperte ormai zuppe del mio stesso sangue, sembra un effetto speciale di Mario Bava. La melma nera che mi occupa ha paura di questo gesto di ribellione. Mi stringe ancora di più il cervello ormai sconquassato e mi obbliga ad uscire di casa il più in fretta possibile. Scendo le scale arrivo dal portone, stranamente in legno. Lo apro e mi ritrovo nel buio.

 

 

 -         Vieni vieni, ti guido io. Ormai ci sono abituato a tutto questo buio. – Vesti stracciate, un cappellino di lana spelacchiato ed un astuccio porta siringhe nella tasca del cappotto. In mano una lattina di birra economica un po’ schiacciata e spigolosa.

-         Ma, questa è Sanremo. Giusto? –

-         Sanremo? Forse una volta si chiamava Sanremo. Adesso è un posto senza nome. Un luogo come un altro, forse un tantino meno luminoso. – Finito di dire questo l’ho sentito fermarsi. Per poi annunciarmi: - Bene ora io devo lasciarti, come potrai ben capire ho certe questioni da sbrigare... – Infila la mano sinistra nella tasca del cappotto. – Cammina sempre dritto, in direzione opposta la mia voce e dovresti trovare l’antico centro abitato della zona. Arrivederci. –

-         Arrivederci... – Sparito com’era venuto.

Sono rimasto per lungo tempo fermo, nel punto in cui ero stato lasciato. Indeciso sul da farsi, avevo anche l’assillante impressione di aver già sentito quella voce. Di averne cercati i lineamenti tra le ombre per imprimere il suo volto nella mia mente. Effettivamente mi sembrava tutto un gran deja-vu.

Ho volto il capo nella direzione che ritenevo opposta e mi sono incamminato. Sapevo che era tutta colpa della melma che mi portavo appresso, non visibile agli occhi di terzi, ma ben visibile ai miei. Pensavo solo ad un modo per recuperare il mio vero corpo, prigioniero di lenzuola cremisi.

Se mai dovessi finire perduto per sempre sarebbe un bel guaio. Mi avrebbero catturato, sellato e ferrato. Montato da nobili quanto vuote entità eternamente annoiate. Poi, in lontananza, piccole luci di candele mi donano segni di vita. Distratto inciampo in uno scalino. Cado in avanti e sbatto il naso sulla pietra antica. Pietra antica di un’antica scalinata. Scalinata che scendeva ripida e scostumata verso i recessi cittadini. Una cittadina nera, fuligginosa, fredda e dilaniata dal tormento di chi l’abitava. Sicuramente ci ero già stato. Ormai da semplice ipotesi era una certezza. Sapevo che quello era un mondo mio, un mio personalissimo percorso dell’angoscia. Sapevo anche che non ne sarei uscito fino a quando non mi verrà permesso.

Entrato ormai nel cuore dei ruderi, ipotetiche abitazioni, ammiravo lavorare ad un tavolo due anziane signore, completamente nude e sudatissime sventrare uccelli morti di ogni specie.

In fondo non c’è fretta. Ora siedo loro vicino ed attento il momento.

Così ho fatto. Ora non restava che attendere la chiamata.

 

 

 

Postato da: Mysticum a 20:05 | link | commenti |

martedì, 14 febbraio 2006

Nonna Pina

Nonna Pina ha 100 citofoni in casa.
Risponde per mezza Brincavalle, frazione di Cisnone in un angolino sperduto dell'Umbria.
La gente citofona al 111 di Via de L'orto,
e risponde la signora Pina,
la quale dice che han sbagliato appartamento.
E succede così per tutto il paese.
La signora Pina soffre ormai di arteriosclerosi multipla.
Dorme di fianco ai citofoni,
che in verità sono disposti per tutta la casa.
Uno sta anche nel forno.
Ha riportato nel 1999 infatti, un'ustione al braccio destro per rispondere al citofono.
Anche in quel caso avevano sbagliato.
La signora non ha parenti di sorta, tutti morti.
Aspetta da 27 anni una citofonata da qualcuno che la stia cercando,
ma non arriva mai.

Postato da: Mysticum a 23:00 | link | commenti (2) |

Sabato 11 Febbraio 2006

Ore 3:08

 

 

 

Riflessioni su domani, e sul perchè potrebbe essere meglio di adesso. Di prima.

 

 

 

Stiamo attenti agli eccessi stanotte. Domani, ormai oggi, avrà luogo la grande serata, la grande nottata, la grande danza incendiaria, nessuno dei presenti si salverà. Non vedo l’ora di osservare con sguardo offuscato, da bravo miope ubriaco e fumato, i volti delle persone che mi circonderanno, sfioreranno, alcuni in transito, altri in audace stallo.

E ora già ci sono, anche io in momentaneo stallo. Sosto a 5 centimetri dal suolo, la fuliggine vola ovunque, anche sotto le mie scarpe. La bottiglia probabilmente è in mani altrui. La cerco con lo sguardo. Nell’indagine oculare entro in contatto con la realtà. Oltre la coltre di fuliggine occhi spenti, accesi, languidi o ridenti. Attorno visi sorridenti, immoti, sonnolenti. La nube di fumo si fa fitta. Mi copro alla bell’è meglio il naso e la bocca intorpidita dal vino rosso casereccio del mio Cicerone. Lui è del posto. Ma non balbetta. Mi volto verso di lui, giusto in tempo per vedergli chiudere una canna di sopravvivenza. Mi avvicino.

- Da qui è meglio evacuare.- Mi dice.

Prendo la bottiglia di vino, mi scopro il volto e faccio due lunghe sorsate studiandolo. Da ubriaco mi piace guardare i volti delle persone. Cercare di comprenderne i desideri dalle loro espressioni.

- Da qui è meglio evacuare. -

La mia mente ritorna a ora. Siamo ancora nel passato.

Il presente è passato. Ora

Il futuro è carico di aspettative. Sono ansioso come una troia che aspetta il resoconto del test di gravidanza.

Che poi mica è solo l’ansia che mi procura questo fastidioso turbinio in testa.

Macchè. Sono appiattito, schiacciato al suolo da una suola della scarpa di una suora. Suore di merda. Le odio.

Oppresso da un peso insostenibile ed incomprensibile. Non ne capisco la provenienza.

Cos’è? Perchè? Boh, però c’è.

Son qui a parlarne perchè almeno ho qualcosa da scrivere, qualcosa di fisso da poter imprimere per bene, chiarissimo nella sua opacità. Dico così perchè c’è, lo tocco, lo tasto e lo sento che incombe, ma quando voglio vederlo per bene, capire di che cazzo si tratta, è tutto sfocato. Sfocatissimo.

Presente Magoo? Quel vecchio rincoglionito accecato che si ritrovava in cima a palazzi in costruzione di 300 piani circa??? In quel momento ci vedo quanto lui.

E’ un po’ come in certi sogni, che ti sforzi di aprire gli occhi, ma non ci riesci e vedi tutto confuso, a tratti, e non puoi farci niente le palpebre ti pesano troppo e tu inesorabile continui, vaghi per chissà quali lande immaginifiche, amici reali e presenze ospiti della mente.

Qualcuno di mia conoscenza mi direbbe:

- Cazzo te ne frega che non la vedi bene, ti da fastidio? Afferrala e scagliala più lontano possibile.-

- La fai facile.-

- Lo è. -

Forse si. E allora domani è il grande domani, che è oggi, poichè ancora non sono dormiente. Sei stato a casa stasera, in ritiro spirituale. Dobbiamo essere freschi e puri per domani.

La cenere dovrà avere piacere di sporcarci, per purificarci. Per qualche manciata di ore sarò libero ed estraneo ai miei tormenti. Con un tentativo audace, proverò a  scacciare il peso che mi sovrasta. Ritrovare te stesso.

E S P R I M E R T I

- SSSSIIII SSSEEEENNTTEEEE LAAA MMMIIAAA VOOOOOCCCEEEE?!?!?!?!?!?!? -

-Ascolta me.- Dice.

- Ti piace questo posto? -

- Mi piacerebbe che mi piacesse. -

- Vuoi allontanarti da questo o da te stesso? Vuoi andartene per coltivare te stesso, o per rinascere? -

- Vaffanculo. Voglio allontanarmi dalla merda che rappresentate. Siete voi lo sbaglio stronzi.-

 

 

 

Ero solo. Nella cucina, quella in fondo a destra del corridoio. Specifico perchè qui c’erano due cucine.

Una è la sopracitata, l’altra sta dritta in fondo al corridoio.

Questa però era meglio, c’era il forno per i dolci. Ce n’era un’infinità. Ma chi li stava cucinando?

Era Jagudai l’artefice. Il grande pirata turcomanno Jagudai in persona, il terrore dei mari e delle brigate di porto di tutta la regione. Ora era intento, nella stanza adiacente, a gettare e raccogliere krapfen. Ogni volta che ne cuoceva 10 si tirava una striscia di coca lunga come tutto il perimetro del tavolo in acciaio. Poi tracannava con rapidi gesti da una bottiglia di Barolo del 72.

- Aaaaaahhhh. Dobbiamo fare presto!!!!! Dobbiamo Sbrigarci!!!! Bisogna terminare i preparativi!!!! - Urlava senza posa. Nella cucina però c’ero solo io... Che mi volesse coinvolgere in qualche suo delirio organizzato?

- Onorevole pirata! – Avevo esclamato sfrontato. - A cosa si deve tanta lena e sudore? -

- Inetto!!!! Non sai forse!?!?!? - Dicendolo si finì un negroni. Io mi sono tracannato un tumbler basso pieno d’assenzio.

- Sapere cosa dunque? - E mi sono sparato una tequila bum bum.

- Che cazzo fai? Non ti ricordi che stiamo per ricevere degli ospiti??? Muoviti!! Vai di la e fà in modo che sia tutto pronto. -

Era meglio assecondarlo.

- Come desiderate! -

Quello stronzo aveva ragione però. Gli ospiti già stavano entrando. E che ospiti. Dipendenti statali, ancora con le loro valigette incredibilmente più vive di loro, direttori di banca ancora sporchi di cocaina sotto al naso, accompagnati dalle loro amanti da sfilata. Imprenditori Edili, titolari decine di ristoranti. E come in tutte le feste che si rispettino, puttane travestite da donne in cerca dell’amore della loro vita.

Cazzo e io dovevo accogliere queste persone?

- E quello laggiù?? Non sarà il sindaco? -

Si era il sindaco. C’è un limite a tutto, cazzo.

Era il caso di agire in maniera drastica.

Avevo lasciato gli ospiti nel loro caos primordiale, spaesati a ritrovarsi senza un padrone di casa che li indirizzasse.

Ero nella grande sala dove si sarebbe tenuta la cena, nel mezzo, tra i due grossi pilastri centrali, stava il tavolo del buffet.  Ci sono salito sopra. Ho mangiato un po’ qua e là, prendendo le cose in malomodo. Poi mi sono calato velocemente i pantaloni  e ho mollato una scarica di diarrea a larga gittata, spruzzando tutto di merda.

Mi sono pulito con un’ananas.

Poi sono sceso dal tavolino e, cacciandomi due dita in gola, ho vomitato nella zuppiera. Subito dopo mi sono bevuto mezza bottiglia di Pastis 51 per rinfrescarmi.

Dopo essermi dato una risistemata ho aperto la porta della sala, e a gran voce ho accolto gli amati ospiti. Nella pausa di silenzio Antecedente il mio discorso, sentivo chiaramente le urla del mio prode pirata. Stava demolendo l’intera cucina sfracellandosi il corpo su tutte le superfici.

- Signori, siate tutti i benvenuti in questa casa! - Breve applauso di circostanza.

- Ebbene, sono lieto di avervi qui stasera. Voi, tutti voi! Le persone che più ammiro della mia onesta e fiera cittadina. Per voi abbiamo preparato questa cena. Noi ci siamo impegnati per cercare di soddisfare i gusti di tutti! Quindi, bando alle ciance. Sedete ai tavoli e buon appetito!!! -

Poi mi sono messo in un lato, in disparte, a guardarli sedere. Felici si riempivano i piatti delle mie secernazioni, e ingordi correvano a sedersi, ingurgitando tutto a grande velocità.

Pareva proprio di loro gradimento.

Conosco bene i miei polli.

Ed infine il colpo di scena. Una donna tra gli ospiti aveva iniziato ad accusare forti dolori addominali. Vomitava anche. Da come si presentava mi sembrava una puttana.

All’improvviso si era buttata a terra, rotolava da tutte le parti impazzita di dolore. Il sindaco allora, vedendo quella splendida serata rovinata da una lurida sgualdrina, si era alzato e prendeva a calci nello stomaco la donna.

- Forse...- Calcio - Così... - Calcio - Ti passa il dolore! - Calcio fortissimo.

In quell’istante dalla vagina della troia, era stato proiettato dritto contro al muro (con conseguenti schizzi di sangue) un feto di dimensioni abnormi, tutto nero e violaceo. La placenta caduta al suolo l’ho vista raccolta da alcuni politici seduti li vicino e mangiata in fretta, come se qualcuno gli volesse rubare il cibo.

Istintivamente sono andato in cucina. Superata la carcassa del fu Jagudai, ho preso il mini lanciafiamme del pirata, sono tornato in sala e ho carbonizzato il feto all’istante. Lo vedevo contorcersi tra le labbra giallastre del fuoco.

Nello stesso istante, tutti i presenti in sala hanno iniziato ad avvizzire, la pelle raggrinzire, si ripiegavano su se stessi. Poi una grande esplosione, e si sono tutti scomposti in migliaia di barattoli di Simmenthal.

Allora, dopo aver visto questo, me ne sono uscito abbastanza soddisfatto. Il rumore del mare mi accarezzava il cervello. Ho corso verso il  grande buio a farmi un bagno completamente nudo. Andare sott’acqua di notte, il fondale illuminato unicamente dalla luce lunare è incredibile, un altro mondo. Poi sono tornato a respirare aria come tutti i mammifferi, e mentre osservavo il cielo cercando di carpirne la profondità, sono andato a riva e mi sono addormentato sereno.

 

 

 

Domani dicevo, sarà una grande giornata, e altro mi/vi racconterò.

Postato da: Mysticum a 22:41 | link | commenti (1) |

sabato, 23 aprile 2005

Aprendo gli occhi mi ritrovai circondato da rami, foglie e rampicanti, che pizzicavavano, solleticavano, torturavano il mio corpo. Mi alzai in fretta provocando un rumore fortissimo di rami spezzati.

Erano ovunque, ma l'unica cosa che pensassi in quel momento era che dovevo uscire da quella sottospecie di gabbia naturale. Feci pressione con tutto il corpo in avanti, le mani protese a strappare quei sottili, piccoli e nodosi rami raccapriccianti.

Dopo qualche decina di metri finalmente, mi ritrovai fuori da quel groviglio infernale. Guardandomi notai che ero completamente nudo e ricoperto di piccoli taglietti per tutto il corpo. Non ci stavo capendo più nulla...

Per terra, in un posto che poteva benissimo essere il bosco della strega cattiva, si stendeva un mare di foglie secce tutte rossastre e raggrinzite.

Senza nemmeno una strada da seguire rimasi qualche attimo immobile a guardarmi intorno, poi affidandomi al caso mi incamminai tra le fila di alberi che avevo dinanzi, provocando con i miei passi un "KKrrssh" continuo, a causa di quelle dannate foglie.

Camminavo, camminavo e camminavo ancora, e gli alberi non finivano più, e insieme a loro le foglie,  che si spezzavano sotto ai miei passi sempre più veloci e agitati.Dannazione ma da dove si usciva da questo cazzo di posto??? Non ne potevo più,i tagli sulla pelle mi bruciavano, e non c'erano segni di vita di alcun tipo, solo una schiera interminabile di alberi e foglie...

In preda alla disperazione iniziai a correre come un forsennato, più forte che potevo, fino a farmi scoppiare il cuore in petto e a stramazzare al suolo stecchito.

Poi vidi una cosa che non avrei mai sperato di vedere in quel posto. Lontano, una luce... Sì, una piccola luce che danzava nel buio tra gli alberi.

Smisi di correre e mi incamminai di gran lena verso di essa...

Postato da: Mysticum a 05:51 | link | commenti (5) |