Are You Living in The Real World?

Amorale perdita di tempo, puro esercizio mentale...

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Blogger: Mysticum
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giovedì, 30 marzo 2006
Resoconti di cui è lecito dubitare #2

Solitamente, quando devo andare da qualche parte e sono da solo, (non necessariamente) mi porto dietro il lettore mp3. Però negli ultimi tempi, ho un pensiero che mi angoscia.

Capita, di essere seduto in corriera, con i Between the Buried and Me magari, e all’improvviso faccio caso al mio respiro.

Sarò troppo rumoroso? E se qualcuno mi sente respirare? Perchè quel vecchio mi osserva? Sentirà il mio respiro troppo forte? Non me ne accorgo perchè ho il volume troppo alto?!!?

Inizio a sbroccare. Trattengo il respiro fino a quando mi è possibile. Inalo il minimo indispensabile per mantenermi in vita, senza incorrere in una asfissia.

Sto facendo di nuovo rumore???

Mi levo la cuffia destra con indifferenza, mi ascolto respirare. Sembra tutto nella norma.

Rimetto la cuffia. Porco Dio. Continua a sembrarmi di fare un casino assurdo. Come mio padre, respira rumorosamente e non lo sopporto. Mi agito sul posto.

Un’anziana signora sale sul mezzo. Si avvicina al sottoscritto, ancora in preda ai suoi dilemmi esistenziali.

Mi parla. Non mi levo le cuffie e la guardo continuando ad interrogarmi sul mio respiro.

Continua a parlarmi. I vicini si voltano ad osservare la scena. La signora gesticola sempre di più, sembra si stia incazzando ma sono troppo, troppo concentrato sul mio respiro. Cerco di non sentirlo dentro di me, per non fare rumore alcuno.

Intanto gli spettatori aumentano. Iniziano a parlarmi anche altre persone. Le guardo con gli occhi vuoti. Ripeto: sono troppo, troppo concentrato. Subisco la realtà come un telefilm senza audio delle 4 del pomeriggio in tv.

Adesso c’è tutta la corriera che mi fissa. Nel mio inconscio penso che il motivo è il mio respiro troppo rumoroso. Paralizzato.

La vecchia diventa pallida, poi indaco, verdognola, bluastra, si afferra il braccio sinistro, emana un rantolo che incredibilmente sento distinto, sovrasta anche la mia fottuta aria esalata, e collassa al suolo. Bam. Percepisco il silenzio intorno a me dalle immagini. Intanto il lettore è passato a Philip Glass eseguito dal Kronos Quartet.

Tutti guardano una partita di tennis tra me e la signora Rigor Mortiis.

Di fronte a questa scena, riorganizzo le mie priorità cerebrali. Ritorno in me. In un baleno capisco cosa devo fare per recuperare la situazione ormai drammatica. Capisco anche che la signora si voleva soltanto sedere perchè malferma e non più nel fiore degli anni.

Mi alzo, supero i passeggeri sbigottiti, mi accosto all’autista. Sta per dirmi qualcosa, ma gli sferro una potente ginocchiata in mezzo agli occhi, si piega, una gomitata sul cervelletto e lo scaravento al suolo. Mi metto al posto di guida. Mai guidata una corriera, ma sembra facile, ho osservato spesso questi simpatici omini al lavoro, ho le idee piuttosto chiare su come manovrare questo panetto di burro arancione. Prendo sempre più velocità, passo dalla nuova strada costiera, tutto in contromano. Tanto non ci passa mai nessuno di qui. La gente impazzisce, fortunatamente sono tutti vecchi, e posso bloccarli con facilità. Poi finalmente la raggiungo. E’ una nuova discoteca. C’è il pienone per l’inaugurazione. Porto i giri al massimo, faccio raggiungere un orgasmo mai avuto a questa merdosissima corriera. A pochi metri dall’edificio sterzo bruscamente. Il pullman si schianta di traverso, sradica persone dalle loro scarpe, travolge, sfregia, mutila, uccide,schiaccia tutti quelli che tocca e i passeggeri si sfracellano contro le pareti. Io cerco di attutire al massimo l’impatto, il lettore sempre al massimo volume.

Il mezzo finalmente si ferma, un’eternità durata 8 secondi effettivi. Mi alzo, ora i sedili sono messi di traverso ed il pavimento sono i vetri. Mi muovo per uscire dall’abitacolo, sputo sangue per lo sforzo, ho una costola rotta. Mi trascino fino ad uno squarcio nella lamiera e vengo partorito dal mezzo. Da bravo nascituro la prima cosa che faccio è piangere. Devo sempre portare le cose all’estremo e poi dopo me ne pento amaramente.

Mi alzo con grande sforzo.

Supero le carcasse fashion e mi avvio verso casa, con gli Ulver in preda a deliri mistici. In fondo ho preso due picciono con una fava.

Postato da: Mysticum a 14:42 | link | commenti |

lunedì, 27 marzo 2006
Resoconti di cui è lecito dubitare

Oggi in classe nessuno mi ha rivolto la parola. Al momento di uscire, tutti si sono diretti schiamazzanti e sorridenti all’esterno dell’edificio. Nessuno mi ha salutato. Gli insegnanti sono addirittura usciti prima di me, e nemmeno loro mi hanno degnato di un cenno. Perplesso, esco. Qualcuno si è fermato all’entrata per accendersi una sigaretta, chi una canna e c’era anche chi aspettava l’amico dell’altra classe per narrargli nefande storie, per poi dirigersi alla fermata della corriera, in stazione, oppure direttamente a casa tramite l’ausilio di una mangiapetrolio.

Ho risalutato i presenti di mia conoscenza. Nessuna risposta. Interessante.

 

 

 

Salgo sulla corriera. Non nel senso che salgo sopra il tetto, mi siedo semplicemente su un sedile, in bella vista e poco distante dall’autista. A metà del tragitto sale il controllore. “Cazzo,” penso, “sono senza biglietto.” Inizio a guardarmi intorno, nel cervello la colonna sonora de “Lo Squalo” aumenta sempre più di volume, senza freni. Sono troppo vicino a lui per tentare la classica tecnica di evasione “Alzati mostrando fredda indifferenza e scendi alla prossima fermata”. Ormai è lì a pochi centimetri di distanza, tento disperatamente di anticiparlo, ma mi anticipa lui. Mi si mette a fianco, bloccando il passaggio.

- Buongiorno signora, il biglietto? – Buongiorno signora?

- Prego. – La signora al mio fianco porge il biglietto al controllore, tutto in regola, grazie e arrivederci.

Passa oltre e non mi ha nemmeno guardato. Lo osservo, magari è un controllore gentile, mi ha letto il terrore negli occhi ed ha soprasseduto. In 2 minuti compila 8 multe. Non ha nemmeno lasciato passare l’abbonamento scaduto il giorno prima di una povera signora non vedente. La mia tesi si dimostra ampiamente errata.

 

 

 

Scendo dalla corriera, entro in casa. La gatta non viene a farmi le abituali feste di benvenuto, mio padre mi passa davanti con un pezzo di pizza. Si gira verso di me, lo saluto. Osserva annoiato Trilly e va in camera a riposarsi. Smessi gli abiti, accendo il monitor del pc. Su msn non mi hanno lasciato nessun messaggio. Sul blog, nessun commento. Telefono a Clarabella tanto per sentire una voce amica, qualcuno che mi è vicino.

- Pronto?

- Pronto Clara, sono io. Oggi mi stanno succedendo delle cose veramente strane... Pensa che il controll

- Pronto?

- Pronto Clara?!? Clarabella? Mi senti?

- Prontooo? Chiunque sia, se non rispondi subito metto giù.

- Clara ma che dici sono io...

Click.

Sono perplesso e amareggiato.

Adesso, mentre sto digitanto sulla mia tastiera, mi rendo conto che nessuno potrà leggere le mie parole, che i miei 2 blog si possono visualizzare soltanto sul mio pc e nessun altro può leggerne i contenuti. Vaffanculo. Ora esco e vado a svuotare una banca. Poi penserò bene a come sfruttare la mia attuale situazione.

Postato da: Mysticum a 14:34 | link | commenti (2) |

venerdì, 24 marzo 2006
Intermezzo

Comincio a capire dove mi trovo.

Hai presente quegli orologi tondi, da muro, magari quadrati ma li trovo un po’ freddini. A volte, Quelle volte, come si direbbe in una pubblicità per assorbenti, quelle volte osservo l’orologio, magari durante un pomeriggio svuotato di ogni suo pregio, per guardarne l’ora, facciamo siano le 17.04. Resto ad osservare le lancette muoversi, le vedo sempre più grandi e più diventano grandi più rallentano. Ormai l’unica a spostarsi è quella dei secondi, pare riprenda coscienza di se una volta ogni ora. Comico vero? Per un cazzo.

E su quella lancetta che ormai ricopre tutta la mia visuale, vedo la polvere intrappolata tra il vetro e le ore segnate con inchiostro nero. Ecco dov’ero. Dentro uno di quei granelli di polvere, un escremento di acaro che lentamente, molto lentamente, si sarebbe smosso e caduto chissà dove per ridare un barlume di eccitazione e di adrenalina dalla breve durata.

Tutto questo l’ho concepito da accucciato, dietro un cespuglio al limitare dell’improbabile bosco alle mie spalle, mentre cagavo. Tutto questo mentre Agrippa seguiva le mie gesta, cantando sgolato come un cane dalla zampa incastrata in una tagliola “Cosa mi hai portato a fare a Posillipo, se non mi vuoi più bene?”.

 

 

Postato da: Mysticum a 16:16 | link | commenti |

mercoledì, 22 marzo 2006
Secondo

Immergo lentamente, interamente il viso nell’acqua. Ho riempito il lavandino di questo cesso. E’ di una sottospecie di taverna. L’acqua è un po’ sporca, sul giallognolo, ma dovevo farlo. A occhi chiusi. Fino a quando il respiro me lo permette. Dovevo pulirmi il viso. Assolutamente. Nel locale la clientela è decisamente singolare. Monchi con protesi acuminate di ferro arrugginito, impediscono agli altri di avvicinarsi. Condannati a una distanza forzata. Prima due di loro si sono scontrati ed infilzati a vicenda. Nonostante le ferite fossero mortali, sono rimasti a terra. A piangere insieme. Nessuno ha tentato di dividerli. E’ stato orribile.

Ritraggo il viso dal lavandino. Mi sento meglio. Fuori, in strada delle donne cantano insieme, sembrano cori arabi. Mi rilassano come una ninna nanna, anche se la melodia è molto triste e decadente. Mi decido a rientrare nel locale, anzi, ad uscire dal cesso.

Mi sono dimenticato di dirvi, che i singolari personaggi di questo luogo non si limitano solo a quelle simpatiche figure dei monchi. Un’infinità di... “mutanti” potrei definirli, occupava tutta la cittadina. Mezzo ornitorinco e mezzo uomo, mezzo tucano e mezzo uomo, per tre quarti fenicottero e per un quarto toro e via dicendo. I rettiloidi ed i felini sono i miei preferiti. Ad ogni modo, gli umani per quattro quarti non mancavano. L’unico problema è che sono tutti folli. Totalmente sbroccati, impazziti. Il giorno precedente, (non sono sicuro sia stata una sola giornata, o più o meno, la cognizione del tempo qui è molto distorta. Non che nella vita normale la mia abilità sia stata più efficiente.) avevo visto una mia vecchia insegnante delle elementari che era isterica da quanto desiderasse dei bambini. Ora, era circondata da un piccolo esercito di bambini siamesi in lacrime e lei correva urlando e piangendo, da una parte all’altra della strada, sbattendo contro qualsiasi cosa fosse a tiro. Me ne felicitai. Era una gran baldracca.

Tornando a noi. Esco nel locale mostrando la massima indifferenza. Salto i due monchi piangenti. Finisco la mia cedrata (avevano solo quello) ed esco in strada. Il cielo è sempre grigio tendente al rosso cremisi. Mi ricorda le mie coperte. Poi mi torna in mente che io dovevo aspettare una persona. Almeno così mi era parso nella prima parte. Mi viene spontaneo pensare di dirigermi nella piazza principale, e così faccio. L’avevo trovata il giorno precedente, (giorno?) e si trovava subito dopo due vicoletti da lì. Sfocio ad estuario in piazza, sboccando dall’ultima via. Sembra un quadro di De Chirico ma con il cielo de L’urlo di Munch. Supero due manichini in pose disdicevoli e mi siedo ai bordi della fontana. Che ovviamente non emette acqua.

Nell’attesa, penso a chi mai io stia inconsciamente aspettando. Erano tutti nella “realtà” di tutti i giorni da quel che sapevo. Però c’era qualcuno che non vedevo da un po’. Di cui non avevo più notizie da almeno due mesi. Tempo di realizzarlo, e sento un urlo disumano provenire dal cielo ed un fischio fortissimo tagliare l’aria. Alzo lo sguardo e noto un puntino nero, in vertiginosa caduta da chissà quale altezza. Il puntino si fa sempre più grosso e diventa un puntone. Poi una sagoma. Poi uno che mi pare d’aver già visto. Infine, diventa Agrippa. Si sfracella al suolo di pancia, come un bambino obeso che si vuole tuffare di testa ma non ci riesce.

Rimango immobile.

- Agrippa? – Chiedo un po’ perplesso.

In tutta risposta, il corpo si agita emettendo una serie di scricchiolii infernali e si leva in piedi.

- In persona, amico mio – Indossa una veste che pare uscita da un quadro di Caravaggio. Barocco all’ennesima. Sul capo, porta una bandana degli Slayer. Un piccione smembrato cade al suolo a pochi metri da noi.

- Saranno i gabbiani. - Dice

- Agrippa ma che cazzo ci fai con quella bandana in testa? –

- Intendi questa? – Così dicendo, se la sfila mostrando i capelli neri ed arruffati. – Mi sembrava un’idea simpatica... Ma forse hai ragione tu. – Lancia la bandana sopra alla carcassa del piccione.

– Riposa in pace. –

Solo ora noto che il suo naso è completamente girato alla sua destra. – Hrhmhm... Agrippa... Non vorrei dire, ma mi sa che ti si è storto il naso. – Si guarda il naso facendo gli occhi strabici, annuisce e se lo aggiusta con un colpo secco delle mani.

- Così va meglio?-

- Perfetto.- Non resisto dal fargli una domanda che mi assilla. – Scusa ma da dove sei caduto?-

- Da una montagna altissima poco distante, Sono arrivato fino in cima inseguito da una fiera, un leone, una lupa e mi hanno costretto a gettarmi nel vuoto. –

- Una lupa ed un leone assieme?!? –

-E che cazzo ti devo dire...- Lo guardo in modo sempre più perplesso. – Adesso vieni. Ti stavo aspettando da quasi due mesi. Ho investito tutto questo tempo nel capirci qualcosa su questo posto. La prima cosa che avrai notato è che non si può morire. E’ la melma nera che ti ha sostituito gli organi, a tenerti in vita. Inoltre so anche che se vogliamo tornare alla nostra realtà abituale, devi seguirmi. Vieni, ti illustrerò la faccenda strada facendo.- Si incammina. Io rimango fermo, vede che non mi muovo e dice: - Andiamo dai. Dobbiamo uscire da questa città, attraversare quella strana foresta e dirigerci verso il centro abitato più vicino.-

Andiamo.

 

Postato da: Mysticum a 00:22 | link | commenti |

sabato, 18 marzo 2006
E Così Ha inizio Il Cammino

Quando la noia ti prende, tu sei la noia. Vivi sozzo e vergognoso, coperto di stracci. Hai messo dei copertoni a bruciare in corridoio. Hai raccolto i topi morti dell’ultima deratizzazione a marcire sul tavolo in cucina, e li hai cosparsi di maionese. Tua madre ormai vive incatenata, un divaricatore in bocca e piccoli tagli ricoperti di sale su tutto il corpo. Sta dentro l’armadio con un’anta rotta.

Raggomitolato a fianco del letto, ti spingi morbosamente la testa al riparo, tra il materasso e la rete, perchè nessuno la possa osservare. In tutto questo putridume interiore, le interiora non hanno più spazio. Fuoriescono come del pus da un brufolo, sbocciano dagli orifizi si prendono spazio. Le vene cominciano ad essere sempre più evidenti e poi si distaccano, portandosi dietro tutti gli organi. La noia ti svuota per occupare comodamente il tuo corpo. La tua anima. Il cervello poveretto, è rimasto incastrato dentro, spappolato dall’ammasso nero dello spleen che ormai gestisce completamente la tua volontà. Quello che potresti dire in compagnia di qualcuno. Te ne stai li lobotomizzato, tutto quello che hai dentro è scivolato, forse nella suola delle scarpe... Non si riesce a vedere. Però lo senti. Come il puzzo d’ascelle di qualche vecchio in pullman. Ma a bordo ci sono troppi vecchi e non riesci a capire da dove provenga. Adagi i tuoi organi pulsanti sul letto e li ricopri con la trapunta. Vedi gradualmente la chiazza di sangue dilatarsi sul tessuto. Non fa male, va bene così. In fondo, non è nemmeno la prima volta che ti capita.

 

 

 

 What's the meaning of this voyage?

To talk in a dream
So many bends and these years we've been together passed

And all this time she was tremendously excited
About everything she saw
Everything we had talked about
Every detail of every moment that had passed

Ready
One, two

 

  (Ulver, Lost in Moments dall’album Perdition City )

 

 

 

 

Attraverso le feritoie della tapparella abbassata, vedo un’incredibile esplosione luminosa che velocemente scema. Ritorna il buio. Esco fuori in balcone per capire meglio cosa stia succedendo. I lampioni sono tutti spenti. A dire il vero i lampioni non ci sono più. In cielo riesco a vedere perfettamente tutto il firmamento. Mi rievoca luoghi e ricordi ormai derelitti, frasi e rimproveri caldi di vita e amore. Un gorgoglio malefico arriva da camera mia, mi giro e vedo i miei organi cercare di liberarsi delle pesanti coperte ormai zuppe del mio stesso sangue, sembra un effetto speciale di Mario Bava. La melma nera che mi occupa ha paura di questo gesto di ribellione. Mi stringe ancora di più il cervello ormai sconquassato e mi obbliga ad uscire di casa il più in fretta possibile. Scendo le scale arrivo dal portone, stranamente in legno. Lo apro e mi ritrovo nel buio.

 

 

 -         Vieni vieni, ti guido io. Ormai ci sono abituato a tutto questo buio. – Vesti stracciate, un cappellino di lana spelacchiato ed un astuccio porta siringhe nella tasca del cappotto. In mano una lattina di birra economica un po’ schiacciata e spigolosa.

-         Ma, questa è Sanremo. Giusto? –

-         Sanremo? Forse una volta si chiamava Sanremo. Adesso è un posto senza nome. Un luogo come un altro, forse un tantino meno luminoso. – Finito di dire questo l’ho sentito fermarsi. Per poi annunciarmi: - Bene ora io devo lasciarti, come potrai ben capire ho certe questioni da sbrigare... – Infila la mano sinistra nella tasca del cappotto. – Cammina sempre dritto, in direzione opposta la mia voce e dovresti trovare l’antico centro abitato della zona. Arrivederci. –

-         Arrivederci... – Sparito com’era venuto.

Sono rimasto per lungo tempo fermo, nel punto in cui ero stato lasciato. Indeciso sul da farsi, avevo anche l’assillante impressione di aver già sentito quella voce. Di averne cercati i lineamenti tra le ombre per imprimere il suo volto nella mia mente. Effettivamente mi sembrava tutto un gran deja-vu.

Ho volto il capo nella direzione che ritenevo opposta e mi sono incamminato. Sapevo che era tutta colpa della melma che mi portavo appresso, non visibile agli occhi di terzi, ma ben visibile ai miei. Pensavo solo ad un modo per recuperare il mio vero corpo, prigioniero di lenzuola cremisi.

Se mai dovessi finire perduto per sempre sarebbe un bel guaio. Mi avrebbero catturato, sellato e ferrato. Montato da nobili quanto vuote entità eternamente annoiate. Poi, in lontananza, piccole luci di candele mi donano segni di vita. Distratto inciampo in uno scalino. Cado in avanti e sbatto il naso sulla pietra antica. Pietra antica di un’antica scalinata. Scalinata che scendeva ripida e scostumata verso i recessi cittadini. Una cittadina nera, fuligginosa, fredda e dilaniata dal tormento di chi l’abitava. Sicuramente ci ero già stato. Ormai da semplice ipotesi era una certezza. Sapevo che quello era un mondo mio, un mio personalissimo percorso dell’angoscia. Sapevo anche che non ne sarei uscito fino a quando non mi verrà permesso.

Entrato ormai nel cuore dei ruderi, ipotetiche abitazioni, ammiravo lavorare ad un tavolo due anziane signore, completamente nude e sudatissime sventrare uccelli morti di ogni specie.

In fondo non c’è fretta. Ora siedo loro vicino ed attento il momento.

Così ho fatto. Ora non restava che attendere la chiamata.

 

 

 

Postato da: Mysticum a 20:05 | link | commenti |